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Natale 2020

tra Coca Cola e Covid19

Archie Lee della Coca Cola Company aveva ben chiaro il potere commerciale del Natale quando rifece il look al protagonista di una leggenda che univa elementi pagani e cristiani.

Solo Giovanni, l’autore dell’omonimo Vangelo, non aveva capito il valore mediatico della natività e dei gossip sulla famiglia, facendo iniziare il racconto della vita di Gesù negli anni della maturità.

Quest’anno in Italia il dibattito di fine anno si è finalmente spostato dall’ormai retriva e noiosa polemica su presepe si/presepe no nelle scuole pubbliche al vero significato del Natale.

Le recenti preoccupazioni e le immediate rassicurazioni sul nostro prossimo Natale hanno smascherato ogni ipocrita riferimento alla presunta ricorrenza della nascita del Salvatore.

E così, tra i numerosi recenti “sdoganamenti” e senza alcuna remora, il Natale è unanimamente passato al rango di strategia commerciale, ultima risorsa per risollevare il PIL, con l’effetto collaterale di far svagare un popolo depresso dai temibili e quotidiani proclami sul numero di contagi, intubati e vittime.

La questione all’ordine del giorno è se, nonostante il virus, riusciremo a dare un po’ di ossigeno alle attività commerciali penalizzate e se potremo sballarci nei festeggiamenti.

La risposta sembra ovvia e quasi un po’ cattolica: sballo a Natale e penitenza dopo l’epifania.